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sabato 17 maggio 2014

Il politico e il carcere



Se c’è un obiettivo che le carceri italiane sono lontanissime dal conseguire, questo è il recupero del carcerato. Ma con un’eccezione: quella dei politici. Sembra che con questi ultimi
il carcere cominci a esercitare un benefico effetto fin dal momento in cui ne varcano la soglia.
Lo si capisce dalle dichiarazioni che rilasciano entrando, che nelle intenzioni aspirano ad avere la solennità di un Socrate o di un Silvio Pellico, anche se non sempre sortisce questo effetto, come accade ieri a Genovese, quando proclama il suo rispetto per le istituzioni. Detto da uno che nelle istituzioni ci sta da decenni, sembra piuttosto una battuta. Non vorrebbe avere nemmeno quello?
Comunque è la direzione giusta, quella che in breve porterà il politico a sembrare un altro. Il soggiorno carcerario ha infatti su di lui effetti simili a quelli degli esercizi spirituali. In carcere ritrova, almeno fino a quando vi rimane, la dimensione autentica del vivere.
La prima riscoperta è la lettura. Uno si aspetterebbe che dopo una vita trascorsa tra stazioni appaltanti e amici appaltatori, il neocarcerato si faccia portare testi di contabilità e ragioneria. Invece le letture del politico in cella sorprendono, spaziano da Schopenhauer a Sant’Agostino. Nemmeno gli allibratori di Londra, tanto per dire, avrebbero mai ammesso la possibilità che Cuffaro da uomo libero si dedicasse alla lettura della Bibbia.
Seguono i valori veri, che evidentemente si apprezzano meglio al chiuso e che quindi nella sua vita di tutti i giorni all’aria aperta non dovevano essere molto gettonati.
In ultimo, una scoperta che non manca mai è l’umanità dei detenuti. Qualcuno arriva ad affermare che c’è più umanità dentro il carcere di quanto ce ne sia fuori, e siccome quando stava fuori era in parlamento, ci sono le basi per un sillogismo semplice semplice.
Forse è la consapevolezza di questo percorso di rinascita interiore che lo attende a far entrare Genovese a testa alta. Altrimenti questo dettaglio non si capirebbe proprio. Perché se uno è innocente in carcere ci entra turbato e piuttosto pensieroso, e se è colpevole ha poco da alzare la testa, a meno che nella struttura che lo accoglie non ci siano soffitti affrescati.
Il prossimo della lista invece, cioè Dell’Utri, sempre che da oggi a giovedì non lo anticipi nessuno, partirà di gran lunga avvantaggiato. Lui avrà ben poco da scoprire. Coi libri ha già una buona dimestichezza, e non ha bisogno di riscoprirli in cella, e con l’umanità dei carcerati per mafia ancora di più.

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