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giovedì 22 maggio 2014

Lettera di un uomo di sinistra a Dario Fo




Tu sei la personalità più autorevole tra quelle che hanno dato la loro adesione al partito di Grillo. Dico il partito di Grillo perché tecnicamente di questo si tratta. Inutile far ricorso
a complicati giri di parole, lo sappiamo tutti, il partito è di Grillo, il partito è Grillo. Movimento è una bella parola, una parola che ci seduce, ma le belle parole da sole non fanno le cose, altrimenti a Kim Yong-un basterebbe chiamare Woodstockland la Corea del Nord per sostenere che sia diventata la nuova frontiera dell’amore.
Non ho intenzione di chiederti di scendere dal palco, per il semplice motivo che è una scelta che riguarda te, e dunque valuterai tu se e quando e come scendere. Vorrei, piuttosto, capire.
Non escludo che il partito di Grillo possa rappresentare per l’Italia un radioso avvenire, non escludo nulla, eppure non arrivo a concepire un’espulsione notificata con la lettera di un avvocato, non concepisco le direttive diffuse da uno staff, non concepisco come si possa fare politica in uno spazio privato. Ecco, il possesso esclusivo dello spazio politico mi sembra inconciliabile non solo con l’idea di politica di un uomo di sinistra, ma con l’idea di politica tout court, e appunto per ciò a me come a tanti altri è sembrata un’aberrazione il partito padronale di Berlusconi.
Può pure darsi che Grillo, come tu hai detto, sia di sinistra, forse a sua insaputa, visto che lui si ostina a negare tale ascendenza. Ma non è una questione di idee. Potrebbero essere (e forse lo sono pure) le idee migliori del mondo, e potrebbe essere pure Gesù Cristo in persona a portale avanti (questo è un po’ più difficile che lo sia), ma prima delle idee viene qualcos’altro. Non dirò le regole, che è una parola che spesso si presta a volte a fare il gioco del più forte, bensì i modi, la sensibilità. Mi spiego meglio: può essere credibile un maestro che insegna belle idee - tolleranza e rispetto per gli altri, per esempio - a colpi di bacchetta sul dorso delle mani?
Capisco la rabbia provocata da una crisi che in realtà non è crisi ma sistema, capisco la rabbia, ma non il livore, e mi domando quale società migliore possa nascere da un linguaggio che gronda violenza e morte. Quanta rabbia doveva esserci in India dopo un secolo di dispotismo inglese, eppure l’interprete migliore di quella rabbia fu Gandhi.
Ecco, allora, quello che vorrei capire. Tu hai saputo dare voce alla rabbia col tono giocoso della poesia e hai saputo scalfire l’ottusità del potere con la forza dissacrante dell’ironia. E dunque, non ti fa senso questo urlo scomposto? Non ti inquieta la cecità di questo pensiero unico?
Cosa pensi, anzi, dico meglio, cosa provi davanti a sparate come “cosa faresti in auto con la Boldrini”? O davanti ai libri sfiorati dalle fiamme? Agli intellettuali vilipesi sul blog? Veramente ti sembra che si possa intravedere qualcosa di pur lontanamente francescano in questi atteggiamenti?
Io ne dubito, e appunto perché ne dubito non capisco le tue affermazioni vaghe su questi fatti. Anche perché, guardandoti su quel palco, forte è la sensazione di vedere un corpo estraneo. Mi sembra che ti tengano come il parvenu tiene un quadro di valore nel salone, perché gli hanno detto che è di un grande pittore, ma in fondo senza capirlo. E può darsi pure che tu non abbia capito bene loro.
Ma sgombrare il campo da ogni equivoco è facile. Tu, che della satira sei maestro, fai una prova del nove, poiché niente meglio della satira aiuta a capire se il re è o non è nudo. Dedica un quadretto satirico a questa famiglia, un piccolo mistero buffo a cinque stelle. Se si limitano a ridere, o anche solo a sorridere, beh, allora non c’è proprio niente che non va. Vuol dire che queste brevi riflessioni nascono da un’errata percezione delle cose, come a volte succede.

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