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sabato 14 giugno 2014

Il Socrate della Riviera

C’è qualcosa di socratico nel percorso umano di Scajola. La storia della casa non può essere considerata un evento accidentale. Da quanto emerge dai verbali degli interrogatori è tutta la sua vita
a essere stata vissuta a sua insaputa. Scajola sa solo di non sapere. Non si spiega nemmeno il linguaggio criptico che lui stesso adottava al telefono. A domanda del magistrato risponde: “boh”. L’unica certezza che alla fine si sente di esprimere, approdo ultimo della sua filosofia, è di aver fatto un “gran casino”. Ma di questo ce n’eravamo già accorti.
Alla luce di tutto ciò, semmai, viene da porsi la domanda se gli avvocati che lo difendono si siano consultati con il loro assistito oppure abbiano agito senza informarlo.
È tutt’altro che scontato, infatti, che gli arresti domiciliari siano per lui preferibili alla detenzione in carcere e non è del tutto remota la possibilità di leggere domani una di quelle notizie nelle quali il detenuto stesso chiede di essere riportato in prigione.
Intanto a casa troverà la moglie, suo malgrado coinvolta in questa concatenazione di eventi che accadono all’insaputa dell’interessato, la quale non gli farà una grande accoglienza. Sempre che non abbia alcuna somiglianza con la moglie del Socrate originale, altrimenti potrebbe temere anche peggio.
A casa inoltre dovrà tornare a occuparsi degli affari propri, cosa per la quale, come da lui stesso ammesso, non è affatto portato e che quindi dev’essere per lui una specie di sacrificio, senza contare il rischio di cacciarsi in altri guai.

Laddove in carcere avrebbe potuto proficuamente approfondire la sua ricerca filosofica, e al massimo imbattersi in qualche buontempone che, dopo le varie dame bionde, lo promuovesse affettuosamente da sciaboletta a sciabolone.

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