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venerdì 20 giugno 2014

L'arte della scissione

Si è perso il conto di quante scissioni ci sono state nella sinistra italiana negli ultimi decenni. Verosimilmente gli stessi protagonisti faticheranno a ricordare tutte le scissioni
di cui sono stati protagonisti. Si direbbe che a sinistra si decide di creare un partito solo per potersi dividere. La scissione, insomma, non è un incidente di percorso ma l’obiettivo del percorso.
Qualcuno potrebbe oggi credere che numericamente non sia rimasto granché da dividere. Errore. Nuove scissioni aleggiano all'orizzonte. Dev'essere più forte di loro. Anche se ridotti a partiti composti da una singola persona, probabilmente continuerebbero a scindersi, preda di una specie di raptus autodivisorio. Sebbene siano di ascendenza marxista, c’è un’affermazione di Marx che non hanno mandato giù. Quel “proletari di tutto il mondo unitevi” proprio non l’hanno digerito.
C’è qualcosa di raffinato in questa attitudine. Altrove sarebbe litigio e rissa, a sinistra invece è un’arte, l’arte della scissione. Ci riescono in tutti i modi e in tutti i contesti possibili, in guerra come in pace, al governo come all'opposizione, o anche all'opposizione dell’opposizione.
Se si parlasse d’altri, si potrebbe portare la giustificazione che forse non conoscono la storia, ma a sinistra sanno bene che le divisioni del movimento socialista portarono alla vittoria del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, e che nella guerra civile spagnola la lotta tra comunisti e anarchici spianò la strada alla vittoria di Franco. A sinistra conoscono la storia, solo che non le danno tutta questa grande importanza.


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