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lunedì 2 giugno 2014

Le dimissioni del Megafono

Prima delle elezioni Grillo dice “se perdo lascio”. Nessuno però - né storici né pseudo-storici - interviene per chiedergli: “scusa, che cosa lasci se non occupi niente, spiegati meglio”.

Se nessuno lo chiede è perché evidentemente il concetto sembra chiaro, e infatti tutti lo interpretano nello stesso modo, cioè che in caso di sconfitta abbandonerebbe la politica, e interpretano bene, poiché né il diretto interessato né storici e pseudo-storici smentiscono.
Quando poi arriva il momento di mantenere l’impegno preso, il discorso cambia e si comincia a giocare con le parole. Si dovrebbe dimettere, si osserva, se fosse il segretario o se occupasse altre cariche di un partito politico normale, siccome non è il caso, non deve dimettersi da nulla.
Invece no, una carica ricopre. Quella di proprietario del marchio, per la precisione. E allora da proprietario del marchio si può dimettere. Vendendolo.
Non a un prezzo esorbitante, s’intende, poiché chi compra non farà un affarone, visto che il blog fatica ad autofinanziarsi, lui guadagna zero e il manager addirittura ci perde (ad averne di questi manager).  
Trattandosi di un movimento politico, in sostanza, è un prezzo politico quello che ci si attende. Una cifra simbolica sarebbe meglio ancora, in quanto consentirebbe a una fetta importante di militanti di partecipare alla scalata e di potersi così chiamare a pieno titolo “movimento”.


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