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martedì 24 giugno 2014

Riforma del senato e immunità

Ci si poteva immaginare che la riforma del senato si bloccasse nel momento in cui qualcuno ha pronunciato la parola “autorevole”. Un conto è trovare cento senatori, ben altro trovarne
cento autorevoli. Se poi novantacinque devono provenire dagli enti locali, si entra nel campo dei rompicapo matematici. Invece, a sorpresa, il progetto si incaglia sulla proposta di immunità approvata in commissione, episodio che subito dopo assume i contorni del giallo.
I principali indiziati, come succede in ogni giallo, sono quelli che stanno sulla scena del delitto. Il primo è Calderoli. Non si tratta di un caso di omonimia. È lo stesso padre del porcellum. In qualche esistenza precedente deve per forza aver acquistato enormi meriti, per essere ancora agli affari costituzionali nonostante la sua precedente creatura. Ma lui dice addirittura di essere favorevole all'abolizione dell’immunità anche per i deputati, e allora bisognerebbe pensare che non sappia quello che dice, la qual cosa, di Calderoli, è ovviamente l’ultima che si possa pensare.
La seconda indiziata, la Finocchiaro, non se ne spiega l’origine. Dichiara di essersela trovata lì e, evidentemente, non si è posta il problema di dove provenisse e a cosa servisse. Per sua fortuna non si trattava di una bomba a mano. All'interno del suo partito e nel governo, nessuno ne sa nulla. Qualcuno addirittura non si è ancora fatto un’idea in proposito, aspettando forse di vedere il nuovo senato funzionante prima di decidere se gli piace o se chiedere subito di farne un altro.
Ci sarebbe poi la pattuglia di Forza Italia, i cui componenti però dichiarano di essere contrari all'immunità. In teoria sarebbero credibili, anche perché dispongono di un buon alibi. Essendo tutti in carcere, non si capisce a che cosa dovrebbe servirgli.
Poiché, dunque, se qualcuno avesse apportato questa modifica lo saprebbe, si fa strada l’ipotesi che ci possa essere dietro lo zampino di Scajola. 

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