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martedì 15 luglio 2014

Il linguaggio del populismo

Si vota un partito sulla base delle idee o delle proposte nelle quali maggiormente ci si riconosce. In democrazia funziona così. Ciò significa che anche nel partito scelto ci possono essere delle idee non condivise,
come ce ne possono essere di condivise negli altri. Rarissimamente si condivideranno tutte le idee di quel partito, come è raro condividere interamente il pensiero di un’altra persona. Si vota, in parole povere, quello che si reputa il più vicino o il meno peggio, a seconda che si preferisca vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Nell’universo di Grillo, come in quello di Berlusconi (e questa è la loro principale somiglianza), invece, si vota il bene contro il male, l’onestà contro la disonestà. È il linguaggio del populismo, linguaggio che ha attecchito nel dibattito politico italiano da un paio di decenni, e sempre più tende a essere l’unico comprensibile .
Anche il PD infatti si va adeguando a questo nuovo corso elaborando un populismo soft (per adesso). Vi si va adeguando quasi per forza di cose, si potrebbe dire. Più che salvatore della patria, Renzi appare come salvatore del PD, anche se è dura per un partito progressista compiere questo passo, un po’ come può esserlo per un padre, convinto di un’educazione basata sul dialogo, vedersi obbligato a ricorrere alle nerbate.
Quel che è certo è che in questo nuovo modo di intendere la politica il cittadino sceglie sempre meno con la testa e sempre più con la pancia, non sulla base di proposte più o meno condivise e più o meno fattibili, ma identificandosi con un leader. Da elettore si va trasformando in tifoso.


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