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mercoledì 19 novembre 2014

La classe dirigente

Le registrazioni della riunione dei capigruppo del consiglio regionale dell’Emilia-Romagna, effettuate dal consigliere De Franceschi e pubblicate oggi da Il Fatto quotidiano,
ci consegnano un altro eroe dei nostri tempi, tale Marco Monari, capogruppo del PD. Il soggetto in questione inanella le sue perle una dopo l’altra, come se avesse timore di non riuscire a esprimere tutte le sue potenzialità nel tempo assegnatogli. Qualcuno dovrebbe tranquillizzarlo: non resterà incompreso.
Sono espressioni che anche solo a riportarle danno un senso di ribrezzo, come sfiorare un essere immondo. Per quanto diverse, fanno venire alla mente le intercettazioni della notte del terremoto a L’Aquila. Colpiscono perché sembra vadano più in là di ciò che ci si possa immaginare. Nessuno pensa di avere dei saggi nelle istituzioni, e ce ne accorgiamo dai risultati, eppure alla fine si rimane sempre con la sensazione che per quanto abbiamo pensato male, non abbiamo pensato male abbastanza.
Qualcuno dirà che vanno contestualizzate, ma in questo caso il contestualizzarle risulta un aggravante, visto che il contesto è una sede istituzionale. Qualcun altro dirà che non sono tutti così, e lo può dire, se non altro perché non tutti vengono registrati. Ma la questione finale è la selezione della classe dirigente. Dobbiamo credere che coloro che gli hanno assegnato tale incarico, come peraltro anche quelli che lo hanno votato, siano della sua stessa pasta o che pensavano di avere a che fare con un tipo diverso, e dunque lo conoscevano meno dei capigruppo degli altri partiti che nelle registrazioni lo stanno ascoltando?

In entrambi i casi, più che con le ossa rotte, le istituzioni ne escono come malati terminali.

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