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lunedì 8 dicembre 2014

L'angoscia di Veltroni

L’angoscia di Veltroni per l’inchiesta di Roma è comprensibile visto che uno degli ingranaggi più attivi del sodalizio criminale era il suo ex vice-capo
di gabinetto Odevaine.
Nella sua lettera a Repubblica l’ex sindaco prova a rintuzzare eventuali critiche con un ragionamento che non arriva mai al dunque. Dire infatti che all’epoca tutti consideravano Odevaine persona di specchiata onestà o che la sua attitudine a delinquere sarebbe subentrata dopo, non lo esime dalla responsabilità di averlo scelto. Da un sindaco ci si aspetta proprio che non commetta gli errori che farebbero “tutti”. Se bastassero le buone intenzioni, l’ufficio potrebbe essere occupato, per così dire, anche dal primo fesso che si trova a passare.
Lo stesso discorso vale per la cooperativa che da "esperienza importante" si è trasformata "nel suo orribile contrario". Non si poteva indovinare quel che faceva Buzzi, è vero, ma forse si poteva avere qualche sospetto confrontando le somme spese e le condizioni dei campi nomadi. Un buon amministratore sta lì proprio per verificare che i soldi pubblici siano spesi bene.
La colpa, dice invece Veltroni, è della politica ridotta a tessere. Un modo elegante per dire che è colpa di tutti e di nessuno. Ma quando e come la politica si è ridotta a tessere? E lui e i vari Zingaretti, Bettini e Gasbarra, che il PD romano hanno diretto e governato in questi anni, dov'erano quando la politica si riduceva a tessere? E cosa hanno fatto per evitarlo?  
Ecco, forze Veltroni, che di quella classe dirigente è stato il leader, farebbe meglio a spiegare a chi vadano assegnate le responsabilità di una politica ridotta a tessere.

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