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giovedì 26 febbraio 2015

Senza fine

Per sentimentalismo non vorrei parlar male di Gino Paoli. È vero che la biografia umana va distinta da quella artistica, ma Gino Paoli ha rappresentato una parte importante
nella cultura nazional-popolare del nostro paese, e ciò significa che le sue canzoni hanno scandito e accompagnato tanti momenti della nostra vita. Le conosciamo a memoria, le abbiamo canticchiate, insomma, hanno un sapore quasi proustiano. E tuttavia qualche considerazione è d’obbligo. Non sulla persona Gino Paoli, ma sul fatto in sé: trovarsi all’età di Gino Paoli nella sua stessa situazione.
Prima considerazione. Oggi i peccati non si confessano più al sacerdote, ma al commercialista. Se si vuole indagare nei meandri dell’inconfessabile le microspie non vanno messe dietro la parete dei confessionali ma sotto il tavolo di un Vallebona o di uno Spinelli.
Seconda. Si dice navigare nella ricchezza, e uno immagina il fortunato a sorseggiare un cocktail sotto una palma. Invece, se si pensa all’affanno col quale fino a ottant’anni ancora si scervella sui propri milioni in giro per il mondo, sarebbe più appropriato dire: essere in balia del mare mosso della ricchezza.
Terza. L’importante è l’immagine. Uno, per esempio, può godere dell’immagine di uomo onesto anche se sa di non esserlo, aggiungendo in questo modo alla disonestà la frode. Ma forse questo, in un paese nel quale un condannato per frode fiscale ha guidato il governo e un indagato per frode sportiva guida la nazionale, è abbastanza normale.
Quarta. Ora tutti gli artisti interpellati, Grillo in testa, diranno che la pratica di ricevere compensi esentasse a loro non risulta. Nessuno ha mai fatto loro di tali proposte, né loro sono mai stati sfiorati dal pensiero di farne. Noi ovviamente prenderemo tali dichiarazioni per buone, ma sappiamo che non è così. Perché se non possiamo dimostrare i singoli episodi, disponiamo di fin troppi elementi che testimoniano quel sentire comune che tali episodi presuppongono. In Italia, infatti, non solo non è sentito come un furto il non pagare le tasse, ma è considerato un furto quello dello stato che le esige, perché in fondo nessuno crede nello stato. Non nel senso di dormire col tricolore sotto il cuscino, ma nel senso dell’appartenenza a una comunità.

Ecco, se l’evasione fiscale fosse una canzone potrebbe intitolarsi: Senza fine. Per rimanere solo sul fatto in sé, senza moralismo, poiché per permettersi il moralismo bisognerebbe avere gli stessi milioni di Gino Paoli e pagare tutte le tasse.

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