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giovedì 16 aprile 2015

Piccola preghiera alle cooperative rosse

Solidarietà, riscatto sociale, civismo... Queste sono le parole in cui ci si imbatte se si sfoglia qualche pagina riguardante la storia delle cooperative e l’immagine che più di frequente
le accompagna è Il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Lavorare non solo per vivere ma per contribuire alla costruzione di una società migliore: l’idea che le accomunava.
Ccc, Cpl, Cmc e altre cooperative rosse discendono da quelle esperienze, ma oggi sono colossi che detengono fette importanti di mercato e operano a livello nazionale e internazionale. A legarle a quelle esperienze è rimasto ormai il nome soltanto, nome che sovente ricorre nelle inchieste giudiziarie per aver pagato tangenti e finanziato in maniera più o meno lecita politici, funzionari, primari, ecc.
Nessuno adesso le vuole cambiare o pretende che ritornino alle origini, non stiamo a fare facile moralismo. Se così funziona, se bisogna corrompere, organizzare cricche e creare reti di relazioni, facciano pure, si adeguino al sistema se ritengono opportuno o vantaggioso adeguarsi. Una preghiera però vorremmo loro indirizzare. Abbiano almeno la coerenza di portare a compimento questo processo di trasformazione. Che cambino anche nome.
Si chiamino in un altro modo. Che so, paladini dello sviluppo, imprenditori uniti per la rivoluzione economica, ricchezza.com, soci senza frontiere... c’è l’imbarazzo della scelta. Ma non cooperative rosse. Anche perché di rosso non c’è più niente. Nemmeno che siano rosse di vergogna si può dire, visto che, a sentirli parlare, nessuno dei loro manager si formalizza più di tanto.
Si prendano dunque un altro nome e continuino tranquille per la loro strada. Giusto per non contaminare la memoria, per lasciarci integro almeno il ricordo.

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