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lunedì 4 maggio 2015

La Lega in mezzo al guado

Un tempo si sarebbe detto stare in mezzo al guado. Oggi sarebbe più appropriata un’altra espressione, trattandosi della Lega Nord. Un paio di anni fa,
quando cioè i leader leghisti destinavano il tricolore ai più svariati usi, la notizia di Zaia che non canta l’inno di Mameli non sarebbe stata una notizia. Al massimo, sarebbe apparsa come un segno di moderazione, non avendo il governatore uscente accompagnato il silenzio col dito medio bene in vista.
Oggi, invece, quel silenzio non passa inosservato, e se ne capisce pure la ragione. Proponendosi la Lega come partito nazionale, dovrebbe venire automaticamente meno ogni avversione verso quello che della nazione è uno dei simboli, cioè l’inno. Ma non è così.

Il povero Zaia infatti non se l’è sentita di intonarlo. È vero che l’elettore è fatto per essere sottovalutato, avrà pensato, ma qui si esagera. Aspettando che sia il leader nazionale a dare l’esempio canoro mettendo a rischio l’integrità della sua felpa, l’esitazione di Zaia fotografa la contraddizione che Salvini ha pensato furbescamente di aggirare con le due liste: fare un partito nazionale mantenendo l’identità localistica. Un progetto, in sostanza, nel quale il Sud compare solo come socio di minoranza nella lotta anti-immigrati.

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