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martedì 30 giugno 2015

La crisi greca in sintesi

La Grecia ha un debito di circa 320 miliardi, ovvero più del 170% del pil. L’opinione condivisa dalla maggior parte degli economisti di più svariato orientamento è che in nessun modo
riuscirà a onorare tale debito, come del resto dimostrano gli ultimi quattro anni nei quali nonostante la rigida osservanza dei dettami della Troika la situazione è peggiorata anziché migliorare.
Un’eventuale uscita della Grecia dall’euro avrebbe effetti (e costi) imprevedibili per l’Unione Europea. Anche su questo punto l’accordo sembra unanime. Lo dimostra già la giornata di ieri durante la quale le borse europee hanno bruciato quasi 300 miliardi di euro di capitalizzazione. Ricchezza virtuale, certo, ma pure di ricchezza virtuale è fatta l’economia moderna.
In sintesi, a questo tavolo di poker c’è un giocatore, la Grecia, che ha poco o nulla da perdere, visto che dentro o fuori dall’euro la sua situazione rimane tutt’altro che rosea, e un altro giocatore, l’Unione Europea, che ha poco o nulla da guadagnare e molto, se non tutto, come ha paventato la Merkel, da perdere.
Perché allora l’Unione Europea si cimenta in una prova di forza nella quale il rapporto rischio/beneficio scoraggerebbe qualsiasi giocatore tranne un folle?
Perché ne va della sua sopravvivenza. È l’unica spiegazione plausibile, scartando la follia.
Per come è stata concepita, infatti, è molto difficile che l’Unione Europea possa essere diversa da quella che è. Il timore, tutt’altro che infondato, a Bruxelles è che un tentativo di cambiamento possa decretarne la fine. Di conseguenza,l’oggetto della prova di forza non è tanto il valore (irrisorio rispetto alle cifre in gioco) delle misure imposte alla Grecia, quanto la natura di tali misure e il principio di poterle imporre, poiché, nel quadro politico europeo di governi di destra e di sinistra pedissequamente allineati, Tsipras rappresenta la voce fuori dal coro.
Ma se probabilmente l’Unione Europea riuscirà a cacciarlo e a sopravvivere alla crisi greca, di sicuro con lo stesso metodo non sopravviverà alle altre voci fuori dal coro che si intravvedono già all’orizzonte e che esprimono l’ostilità con cui una parte crescente dell’opinione pubblica guarda all’istituzione europea. La strategia più intelligente sarebbe quella di correre i rischi del cambiamento prima di trasformarsi in qualcosa di totalmente estraneo ai popoli e andare incontro all’implosione, ma, come ci ha insegnato la stessa storia dell’UE, non sempre la strada più intelligente è quella seguita.

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