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mercoledì 3 giugno 2015

La vittoria fantasma

Dunque, il M5S non ha vinto in nessuna delle sette regioni, anzi, non è nemmeno arrivato secondo, con l’eccezione delle Marche e della Puglia. Non ha vinto e non è nemmeno
arrivato al ballottaggio alle comunali, tranne forse qualche sperduta eccezione. I suoi voti si sono dimezzati, e in qualche caso si sono ridotti a un terzo o anche a un quarto rispetto alle europee. Sia in termini assoluti, sia, con un paio di eccezioni, in termini percentuali. 

Eppure molti commentatori, alcuni anche autorevoli, si sono avvitati in analisi secondo le quali Grillo sarebbe il vincitore o, comunque, uno dei vincitori di queste elezioni. Certo che come vittoria è strana.
Ma può darsi che costoro non si riferiscano alla vittoria-vittoria, a quando cioè si arriva primi, come per esempio è accaduto alle amministrative spagnole con Podemos, o a quando si migliora il proprio risultato, come in questa tornata è accaduto alla Lega, che in alcuni casi ha quadruplicato le preferenze, bensì a un’altra vittoria, nello stile della prima repubblica, quando cioè vincevano tutti, e i voti si possono anche misurare con quando il partito non si era presentato o non esisteva proprio. Può darsi.

Ciò che per certo si può dire è che per valutare questa vittoria in tutta la sua non-portata (per usare una formula che potrebbe piacere ai grillini) bisogna pure tener conto del fatto che gli avversari oltre a scontare l’impopolarità di essere al governo, di essere quelli che sono e delle divisioni interne, candidavano soggetti come De Luca e Caldoro, o come Paita e Toti. Come dire, giocavano a porta vuota. 

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