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lunedì 15 giugno 2015

Politici che asfaltano

Se dovessi scegliere una parola che meglio rappresenta lo scadimento della vita politica, a sua volta riflesso di un più generale scadimento dei rapporti civili tra le persone,
sceglierei il verbo asfaltare.
Una parola che sembra racchiudere tutta la presunzione e la prepotenza che gonfiando il petto una persona possa contenere. Una parola che, pur pronunciata col sorriso sulle labbra, veicola assenza di rispetto per l’altro, idealmente ridotto a una superficie da cancellare. Una parola usata da Renzi, grande asfaltatore di autostrade, da Salvini, più modesto asfaltatore di strade provinciali, e nel suo piccolo anche da Di Maio, neoasfaltatore di sentieri.

Abituati a sentirla da queste figure, che in virtù della loro forte esposizione mediatica finiscono per risultare quasi familiari, ci sfugge un po’ dell’arroganza implicita in essa, ma per coglierla basterebbe metterla in bocca ad altri personaggi. Immaginate un Gandhi che dice “ho asfaltato gli inglesi” o un Mandela che dice “ho asfaltato De Klerk”, e ne percepite tutto lo sproposito. Viceversa, pronunciata da un Mussolini (“ho asfaltato i fratelli Rosselli”) o da uno Stalin (“ho asfaltato i kulaki”) sembrerà ritrovare il suo luogo naturale.


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