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sabato 22 agosto 2015

Dottor Mentana, mister Enrico

Dev’essere l’effetto social che fa sì che anche persone conosciute per l’equilibrio e il senso dell’ironia scendano al livello dei commentatori di catenaumana.
Succede al direttore del tg de La7, il quale sulla sua pagina Facebook si scatena con insulti neanche troppo fantasiosi - si va dallo scemo all’imbecille, per intenderci - nei confronti di commentatori rei o sospettati di averlo offeso.
Il pomo all’origine della discordia è il verbo usato da alcuni insegnanti per le assunzioni dei precari: deportare. Termine da intendere più come iperbole che in senso letterale, ma che a Mentana dev’essere comunque sembrato un intollerabile anatema. Ne è nata una di quelle interminabili controversie, con lo stesso Mentana che ha replicato a decine di post fino all’una di notte per riprendere alle 8 di mattino e continuare praticamente per tutta la giornata, smentendo in questo modo quanti pensano che un direttore di telegiornale non disponga di molto tempo libero.  
In tutta questa discussione però, Mentana, forse perché nel turbinio della polemica ha smesso i panni del dottor Mentana per indossare quelli di mister Enrico, non ha capito che al di là del termine infelice scelto per esprimerlo, vi è il sentimento di frustrazione di persone, spesso con famiglia e spesso avanti negli anni, che per 1300 euro si trovano sbalestrate all’altro capo del paese, né ha dato prova del suo abituale acume replicando che lui ha lavorato a 700 chilometri da casa, come se fosse la stessa cosa spostarsi con la retribuzione e i benefit di un direttore di tg e con 1300 euro di cui la metà almeno destinate a pagare un bilocale diroccato in periferia. 
Ma soprattutto ha mostrato di non capire una frustrazione ancora più grande, di cui la retribuzione è il riflesso, e cioè la totale perdita di prestigio sociale della figura del docente, che va di pari passo col totale svilimento della scuola. Un fenomeno che non è solo conseguenza di scelte politiche, ma anche di scelte culturali dei grandi mezzi di comunicazione di massa. In Francia, per citare un paese nel quale la scuola gode di tutt’altra considerazione, succede che i tg nazionali dedichino l’apertura delle edizioni delle 13 e delle 20 a notizie come le proposte di riforma dei programmi di storia o l’organizzazione dell’orario delle lezioni nelle scuole primarie; cosa impensabile per un tg italiano, che parla di scuola all’inizio delle lezioni e alle prove di maturità, due minuti per intervistare quattro ragazzi esagitati all’entrata e all’uscita. Servizi banali che si ripetono uguali negli anni come fotocopie e mandati sempre rigorosamente alla fine, tra il lancio di una nuova canzone e una ricetta di stagione.
Forse mister Enrico, quando tornerà a esser il dottor Mentana, potrebbe riflettere su quanto tempo in vent’anni di direzione del tg5 abbia dedicato alla scuola e quanto quell’industria televisiva per cui prestava servizio a 700 chilometri da casa abbia contribuito a mantenere alto il valore dell’istruzione presso il grande pubblico.



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