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giovedì 10 settembre 2015

Il mestiere di Vespa

Cominciamo dalla fine. “Lasciateci fare il nostro mestiere”, dice Vespa, replicando alle polemiche suscitate dalla sua intervista ai due rampolli del defunto Casamonica.
Mestiere che, a scanso di equivoci, non è quello del giornalista, poiché il giornalista informa, ed è evidente come nella puntata in questione il telespettatore non abbia acquisito nessuna informazione che non conosceva già.
Vespa in realtà fa l’intrattenitore, si occupa di share non di informazione, e se ne occupa bene perché capisce che l’intervista ai due significativi discendenti del caro estinto riscuote più attenzione di quanto potrebbe riscuoterne una a quei giornalisti che hanno indagato sul malaffare nella capitale e perciò vivono sotto minaccia.
Coi suoi modi da sagrestano, avvezzo a sentire i peccati mormorati alla grata del confessionale, che non si stupisce più di nulla, perché in fondo quei peccati si ripetono sempre uguali, e può quindi guardare a essi con bonario distacco, Vespa potrebbe accogliere chiunque. Nelle poltrone linde del suo salotto, leggermente intimidito dalle luci dello studio, anche un mostro finisce con l'apparire un po’ meno mostro.
Non a caso Vespa è il campione del nazional-popolare. Rappresenta un prototipo largamente maggioritario: l’italiano che non si indigna, quell'italiano preoccupato soltanto del proprio orticello. C’è il degrado... sì, ma in fondo si sopravvive lo stesso. Rubano... sì, ma in fondo rubano tutti. C’è la mafia... si, ma in fondo la mafia è ovunque. 
Ecco, quando dice “lasciateci fare il nostro mestiere”, Vespa intende quello che intenderebbe l’italiano che non si indigna, cioè “lasciatemi curare il mio orticello”. Un orticello milionario, quello di Vespa, ma la sostanza è la stessa.

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Facce da funerale

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