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lunedì 20 giugno 2016

A Roma un sindaco il PD ce l'aveva già

Il ragionamento è sottile, tanto sottile che a molti risulterà non facilmente comprensibile: la vittoria alle elezioni europee legittima il leader,
la sconfitta alle amministrative non lo delegittima. E' una costruzione concettuale fondata sul vecchio adagio secondo cui la vittoria un padre ce l'ha, mentre la sconfitta è orfana.
Bisognerebbe però ricordare che a Roma il PD un sindaco ce l'aveva già, eletto democraticamente dalla maggioranza dei cittadini e perciò legittimato a governare per cinque anni. Scaduto questo termine, come sempre accaduto fino a oggi, gli stessi cittadini avrebbero potuto decidere se confermarlo nell'incarico o mandarlo a casa.
Invece, nonostante Marino non avesse fatto nulla di peggio, né in termini politici né, soprattutto, in termini contabili, rispetto a Rutelli o Veltroni, Renzi ha deciso di dimetterlo d'imperio, cosa, andando a memoria, mai accaduta prima. Dopodiché, ha attaccato la candidata del M5S perché eterodiretta, paventando il rischio di un sindaco costretto a dimettersi per ordine del suo capo, cioè la stessa cosa di quanto accaduto a Marino. Non solo in questo modo infischiandosene della volontà degli elettori, ma prendendoli pure per cretini.
Alla fine a Roma come padre adottivo della sconfitta si è offerto Giachetti, il quale ha mostrato di possedere tante qualità idonee a farne un buon sindaco, ma un unico e incolmabile difetto: essere stato voluto da Renzi.


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