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mercoledì 1 giugno 2016

Migranti economici e non economici

Quando vediamo la foto di un bambino morto nelle braccia di un soccorritore non bisogna lasciarsi prendere dall'emotività,
come a molti succede. Occorre piuttosto mantenere la lucidità necessaria per stabilire se quel bambino appartiene alla categoria di chi fugge dalla guerra o se si tratta di un migrante economico. È una distinzione necessaria per decidere quanta commozione meriti.
Perché se è vero che nel mondo globalizzato ognuno può circolare liberamente, è nello stesso tempo indispensabile che disponga dei mezzi necessari ad assicurargli il sostentamento. Già guardano male il turismo "mordi e fuggi", figuriamoci quello che è solo "mordi". Non solo dunque la povertà non è considerata una buona ragione per spostarsi, ma le è espressamente vietato di presentarsi alle frontiere.
Il povero è tenuto a stare a casa sua e a dimostrare di essere un bravo povero imparando a convivere con la propria povertà. Tutt'al più, se proprio muore di fame, può rivolgersi direttamente a coloro che si occupano di aiutare gli altri a casa loro, come Salvini e il suo partito, per esempio, che hanno già operato con successo in Tanzania e sanno bene come muoversi in tali situazioni.
Se invece si tratta di profughi il discorso cambia completamente, l'Europa è pronta ad accogliere a braccia aperte quelli che fuggono dalla guerra. Non perché produttrice di buona parte delle bombe che sono state sganciate sulle loro teste, ma perché considera un valore irrinunciabile offrire asilo agli sfollati. L'anno scorso infatti ha annunciato che ne avrebbe accolto 160000 e, manco a dirlo, in un batter d'occhio i vari stati hanno fatto a gara per riceverli, tanto che bisognerà andare a prenderne altri 160000 per accontentare tutte le offerte di disponibilità pervenute a Bruxelles.


Link:

Bella, la giornata della memoria

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Il messaggio dell'Unione Europea

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