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martedì 5 luglio 2016

Pillole: Marcel Proust, Dalla parte di Swann (3)

Ma nell'istante stesso in cui il sorso di tè, frammisto a briciole di dolce, toccò il mio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario
che mi stava accadendo. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza ne sapessi la ragione. Mi aveva reso immediatamente indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi guasti, illusoria la sua brevità, allo stesso modo in cui agisce l'amore, riempiendomi di un'essenza preziosa: o piuttosto quell'essenza non era in me, era me stesso. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove poteva venirmi questa immensa gioia? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava indefinitamente, non era della stessa natura. Da dove veniva? Che cosa significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso, ma non vi trovo niente di più di quanto ho trovato nel primo. Un terzo mi reca qualcosa di meno del secondo. Bisogna che smetta, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, via via sempre più debolmente, quella stessa testimonianza che non so interpretare e che voglio almeno poterle richiedere e ritrovare intatta, a mia disposizione, tra poco, per una chiarificazione decisiva. Poso la tazza e mi volgo verso il mio spirito. È lui che deve trovare la verità. Ma come? Grave incertezza tutte le volte che lo spirito si sente superato da se stesso; quando lui, il ricercatore, è contemporaneamente il luogo oscuro dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non solo: creare. È di fronte a qualcosa che non esiste ancora, a cui solo lui può dar forma, può far entrare nella sua luce.
Marcel Proust, Dalla parte di Swann


Pillole: Marcel Proust, Dalla parte di Swann (2)

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