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lunedì 3 ottobre 2016

Mettiamo che domani un nuovo Hitler

Mettiamo che domani un nuovo Hitler arrivi al potere. L'evenienza è meno peregrina di quanto potrebbe apparire. Si sentono di tanto in tanto uomini pubblici prenderlo a esempio


(e se lo fanno in pubblico, figuriamoci in privato). Del resto, chiunque abbia un giardino o una piccola aiuola davanti casa sa che l'erba cattiva, anche se la estirpi, prima o poi ricresce. Per far rinascere un Gandhi o un Luther King devono verificarsi tutta una serie di circostanze, ma un Hitler viene su così, nemmeno te ne accorgi ed è già cresciuto.
Mettiamo pure che ciò accada in un paese africano, che so, Egitto, o Libia, o Eritrea, o Sudan, ecc. Un paese dal quale possono partire verso di noi centomila, duecentomila o anche mezzo milione di migranti. C'è l'imbarazzo della scelta.
Ebbene, come si comporterebbe l'Europa a quel punto? Accetterebbe di trattare con un tale partner?
Credo che pochi dubitano sulla risposta affermativa.
Tra la celebrazione di una giornata internazionale del migrante e la celebrazione di una giornata internazionale del rifugiato, l'Europa, con tutta probabilità, proporrebbe al nuovo Hitler un modello di accordo simile a quello concluso con la Turchia - il cui presidente, tra l'altro, è proprio uno di quelli che ha manifestato ammirazione per la Germania hitleriana -. Tutt'al più invitandolo a non farsi crescere i baffetti.
Se puoi, si raccomanderebbero inoltre i negoziatori, evita di costruire campi di concentramento; e se proprio non puoi evitarli, evita almeno di metterci dei forni crematori: e se proprio ce li devi mettere, fai in modo che tutto funzioni bene, affinché la notizia di quello che succede da quelle parti non arrivi fino a noi. Perché, fondamentalmente, la nostra priorità è non vedere.

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