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mercoledì 19 ottobre 2016

Pillole: Marcel Proust, La Prigioniera (4)

Un nuovo colpo lo abbatté, rotolò a terra, accorsero i visitatori e i custodi. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo? Certo, né le esperienze spiritiche né i dogmi religiosi
provano che l'anima sopravviva. Si può solo dire che nella nostra vita tutto accade come se vi entrassimo con un fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non c'è alcuna ragione, nelle nostre condizioni di vita su questa terra, perché ci si debba sentire obbligati a fare il bene, a essere delicati, o anche semplicemente cortesi, né perché un artista ateo si senta in obbligo di rifare venti volte un pezzo che, se susciterà ammirazione, essa importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi, come il breve scorcio di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre sconosciuto, appena identificato sotto il nome di Vermeer. Tutti questi obblighi, che non hanno la loro sanzione nella vita presente, sembrano appartenere a un altro mondo, fondato sulla bontà, lo scrupolo, il sacrificio, un mondo completamente diverso da questo e dal quale usciamo per nascere a questa terra, prima forse di ritornare sotto il dominio di quello leggi sconosciute alle quali abbiamo obbedito perché ne portavamo in noi gli insegnamenti, senza sapere chi le avesse promulgate - quelle leggi cui ci avvicina ogni lavoro profondo dell'intelligenza e che rimangono invisibili soltanto agli sciocchi e, forse, nemmeno a loro. Di modo che l'idea che Bergotte non fosse morto per sempre, non è del tutto inverosimile.
Marcel Proust, La Prigioniera

Marcel Proust, La Prigioniera (3)

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