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giovedì 20 ottobre 2016

Pillole: Marcel Proust, La Prigioniera (5)

Ma allora, questi elementi, tutto questo residuo reale che siamo costretti a tenere per noi stessi, che non è nemmeno possibile trasmettere conversando tra amici,
tra maestro e discepolo, tra due amanti, quest'ineffabile che differenzia qualitativamente ciò che ognuno di noi ha sentito e che è costretto a lasciare alla soglia delle frasi, dove non può comunicare con gli altri se non limitandosi a dei punti esteriori comuni a tutti e senza interesse, non è forse l'arte, l'arte di un Vinteuil come di un Elstir, che lo mette in luce, esteriorizzando nei colori dello spettro la composizione intima di quei mondi che chiamiamo gli individui, e che senza l'arte non conosceremmo mai? Delle ali e un altro apparato respiratorio che ci permettessero di attraversare l'immensità degli spazi non ci servirebbero a nulla perché, se andassimo su Marte o su Venere conservando gli stessi sensi, questi darebbero a tutto ciò che ci fosse dato di vedere l'identico aspetto delle cose della Terra. Il solo autentico viaggio, il solo bagno di Giovinezza, non sarebbe nell'andare verso nuovi paesaggi, ma nell'avere altri occhi, nel vedere l'universo con gli occhi di un altro, di cento altri, nel vedere i cento universi che ciascuno di loro vede, che ciascuno di loro è: e questo è possibile farlo con un Elstir, con un Vinteuil, con i loro simili, allora voliamo di stella in stella.
Marcel Proust, La Prigioniera



Marcel Proust, La Prigioniera (4)

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