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venerdì 18 novembre 2016

Il partito di De Luca

Dopo le infelici parole di De Luca su Rosi Bindi, molti hanno chiesto a Renzi di dimetterlo, visto che è del suo stesso partito. Ma questo è vero fino a un certo punto.
Se fosse stato veramente dello stesso partito, Renzi con tutta probabilità lo avrebbe cacciato.
Il fatto è che il PD ha smesso da tempo di essere un partito. Il partito fluido del quale oggi si parla è un eufemismo, non per indicare il partito di merda di cui parlava lo stesso De Luca al telefono, ma per indicare quello che è soltanto la somma di potentati locali, i cui vertici, in cambio del sostegno al leader, fanno quello che vogliono e non devono rendere alcun conto, perché il consenso sul territorio appartiene a loro.
Cacciare De Luca significherebbe per Renzi inimicarsi buona parte dei notabili locali con relativi voti e dire addio a ogni possibilità di vincere il referendum. Ecco perché qualunque cosa dica e faccia il rancoroso e livoroso governatore campano, il premier si limiterà a un aggettivo, scelto con cura per evitare di innescare pericolose spirali. Inaccettabile, per esempio, buono per indicare un treno che parte con due ore di ritardo o la mancata osservanza di una clausola contrattuale, laddove ce ne sarebbero stati di più appropriati: indegno, barbaro, ignobile, abietto, miserabile, ecc.
Del resto, Renzi si consolerà pensando che Trump ha vinto le elezioni dicendo che la gente lo avrebbe votato lo stesso anche se avesse sparato a qualcuno sulla Quinta Strada.


Link:

Come Berlusconi

Saviano, De Luca e il cavallo

Ratio e non ratio della legge Severino


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