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domenica 6 novembre 2016

La sottoscrizione del Ceta: una non-notizia qualunque

Alla fine il Ceta è stato firmato. Se, da una parte, l'eroica opposizione di Vallonix, come è stato chiamato il premier socialista della Vallonia, è riuscita a strappare alcune concessioni,
dall'altra, molto dice sulla condizione di un popolo che ha bisogno di eroi per vedere difesi i propri diritti.
Sui telegiornali la notizia ha preso pochi secondi. A occhio e croce, un centesimo del tempo dedicato a una giornata di campionato di calcio. Una non-notizia qualunque, sebbene i suoi effetti sulla vita concreta delle persone saranno molto più tangibili di quelli di tutti i campionati di calcio a venire.
Ben diversa la posizione di quello che dovrebbe essere l'equivalente nostrano del partito socialista della Vallonia, cioè il partito democratico. Qualche giorno prima, la capogruppo del PD della Commissione Commercio a Strasburgo, in un'intervista a Repubblica, aveva difeso la stesura originaria dell'accordo senza se e senza ma dichiarando: "non sottoscriverei mai un'intesa pensando che possa mettere a rischio la vita e la salute dei miei figli". Un argomento che nelle intenzioni della parlamentare avrebbe dovuto forse essere risolutivo dell'intera questione, ma che invece offre soltanto la prova del nove del quoziente intellettivo di chi abbiamo mandato a rappresentarci.
Secondo tale ragionamento, quei governanti che scatenano guerre, non adottano provvedimenti contro l'inquinamento o prendono altre decisioni che renderanno il mondo un po' più invivibile di quel che è già, sono tutti senza figli. Oppure sono dei genitori degeneri che si adoperano scientemente per peggiorare il futuro dei propri discendenti. L'europarlamentare PD, in sostanza, esclude la possibilità di poter fare la scelta sbagliata pensando di fare quella giusta, come se l'avere dei figli mettesse al riparo dall'errore.
L'altro giorno in un grande supermercato volevo comprare delle arance siciliane, ma c'erano soltanto arance provenienti dal Sud Africa. Stessa situazione nel supermercato di un'altra catena. In un terzo, invece, ho trovato delle arance sulle quali era indicata "Provenienza: Italia", sebbene tanto pallide e insapori che ci sarebbe stata meglio l'etichetta "Provenienza: sanatorio".
Siccome io, come molti altri, sarei disposto a pagare di più le arance siciliane, stando alle tanto decantate leggi del mercato e del libero commercio, non dovrei faticare a trovarle. Invece, quello che succede è che la grande distribuzione punta interamente sul prezzo più basso, ritenendo evidentemente poco redditizio diversificare l'offerta, e così facendo incentiva il consumo di arance del Sudafrica. Per conseguenza, i contadini siciliani non riusciranno a reggere la concorrenza, a volte nemmeno facendo ricorso a manodopera clandestina a pochi euro l'ora, e preferiranno lasciare marcire i frutti sugli alberi.
La bilancia commerciale dell'Italia col Sudafrica è in leggero attivo, grazie soprattutto alle esportazioni di autoveicoli e prodotti di elettronica. Ma a fronte del mantenimento o del lieve aumento dei posti di lavori in questi settori, le aere di produzione di agrumi in Sicilia si avviano a scomparire.
E non si tratta solo di un'attività economica che viene a mancare, con gli ovvi riflessi di lavoro e di reddito per le popolazioni locali, a dissolversi è soprattutto una peculiarità del territorio fatta di tradizioni, saperi, culture. In sintesi, scompare l'identità.
Ma forse non ho scelto l'esempio migliore. Voglio dire, può darsi che l'europarlamentare del PD Alessia Mosca non sia una consumatrice di agrumi e non veda dunque nella scomparsa delle arance siciliane un impoverimento della qualità della vita per lei e i suoi figli.


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