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venerdì 25 novembre 2016

La moglie di Brunetta e lo scoop de La Stampa

La rivelazione dell'identità di Beatrice di Maio, che ha occupato il primo posto dei TT di Twitter per l'intera giornata, ha scatenato le due principali tifoserie del web.
Da una parte, i grillini, comprensibilmente su di giri, per aver segnato un gol tanto involontario quanto clamoroso; dall'altro, i pochi renziani usciti dall'altrettanto comprensibile silenzio, che hanno provato a ironizzare sul fatto che l'idolo avversario altri non fosse se non la moglie di Brunetta. Argomento peraltro assai flebile, poiché sui social si condividono delle idee non le persone.
Ma il tema centrale non è lo scontro tra le due tifoserie, che si ripete giornalmente dalle prime luci dell'alba fino a notte fonda, e che anche senza la moglie di Brunetta avrebbe per certo trovato altri pomi della discordia, quanto l'articolo pubblicato su La Stampa che è all'origine del fatto.
Partendo proprio dal profilo Twitter di Beatrice Di Maio, il giornalista Jacoboni (nella fattispecie, in verità, più nelle vesti di romanziere) aveva messo su un racconto dal titolo che poco lasciava al dubbio: "Ecco la cyber propaganda pro M5S. La Procura indaga sull'account chiave".
"Beatrice" rilevava l'autore, "si è lasciata sfuggire alcuni tweet che delineano ipotesi di reati come calunnia o diffamazione; o vilipendio alla presidenza della Repubblica". E a supporto di ciò citava la seguente battuta: "Per alcuni il silenzio è d'oro... quello di Mattarella è d'oro nero", con bandiera della Total sul Quirinale, in riferimento alla vicenda di Tempa Rossa. Battuta non eccelsa, ma nella quale non si vede quell'"accostamento ingiurioso" sottolineato da Iacoboni, poiché il silenzio non implica un coinvolgimento, ma può anche significare solo la volontà di non intervenire in una questione delicata nella quale sono in ballo grandi interessi.
Dopo questo e altri esempi simili, l'autore si dilungava in una dotta analisi su algoritmi, ghost, hub e aggregati finalizzati a propalare in rete massicce campagne di disinformazione al servizio del M5S, secondo l'ormai noto principio che una bufala ripetuta diventa una mezza verità, e ripetuta ancora, una verità intera.
Che fosse il suo stesso articolo a dimostrare tale principio, però, forse non se lo aspettava, anche se la metodologia seguita - non proprio da Pulitzer - avrebbe dovuto metterlo sull'avviso. Nel giro di una giornata, infatti, la cyber propaganda pro M5S "scoperta" da Iacoboni era diventata verità universalmente accettata, generando interrogazioni parlamentari e scatenando la tifoseria renziana che aveva fatto nera la compagine avversaria.
Nonostante la notizia, oltre a farla da padrona su Twitter, abbia occupato in maniera più o meno rilevante tutti i principali giornali on line, su La Stampa non è apparso nulla. Solo l'indomani, nell'edizione cartacea, compare un trafiletto nel quale si rivendica la correttezza della notizia data, cioè la querela del sottosegretario Lotti. Non una parola, invece, di tutta la narrazione che da essa prende spunto, trasformando l'account in un elemento centrale di un sistema. Non un riferimento all'analisi matematica sulla quale sostiene di basarsi il ragionamento, o un rimando a chi e come l'abbia condotta, dato che un giornalista, a differenza di un romanziere, supporta le sue teorie con i fatti.
Né, in mancanza di ciò, poche parole di scuse. Per esempio, che capita a tutti di scrivere sciocchezze. Anche ai giornalisti. Anzi, ai giornalisti un po' più spesso che agli altri.
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