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domenica 11 dicembre 2016

Storia di onore e di coerenza

Si sono sentiti in questi giorni molti esponenti dell'area di governo, da Zanda al premier incaricato, motivare l'impossibilità di un Renzi-bis con la formuletta:


lo impedisce la coerenza di Renzi.
Due parole, coerenza e Renzi, che non possono non evocare l'ossimoro. A meno che il tornaconto personale non abbia cambiato nome e da oggi si chiami coerenza. Essendo chiaro che a impedire un Renzi-bis, è solo l'interesse dello stesso Renzi (quello che appena un paio di mesi fa diceva: "comunque vada il referendum si voterà nel 2018") a rifarsi il maquillage in vista delle prossime elezioni politiche, scaricando nel frattempo su un altro governo (nella fattispecie, un Renzi-bis sotto mentite spoglie) qualche provvedimento impopolare, a cominciare dal caso MPS.
Se, viceversa, quelli che parlano di coerenza si riferiscono all'impegno di Renzi a dimettersi in caso di vittoria del No al referendum, dimenticano l'altra metà di quell'impegno, così come formulato in Senato un anno addietro e ripetuto in 27 altre occasioni. Cioè quello di lasciare la politica, considerando "fallita" la sua esperienza. Impegno preso con tanto di citazione scoutistica (ahimè, i tempi sono cambiati, mica un premier di sinistra può citare Pasolini!): "pongo il mio onore nel meritare fiducia".
Ecco, l'onore di Renzi. Vedi alla voce coerenza.

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