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lunedì 9 gennaio 2017

Matteo non risponde più

Le due vittime illustri del risultato referendario sono state la pagina Facebook e il profilo Twitter di Matteo. Nei giorni successivi i post hanno perso il ritmo di prima,
come l'omino della pubblicità al quale si vanno scaricando le pile, fino a spegnersi definitivamente il 23 dicembre. Da quella data in poi, più niente. Nemmeno un "buon anno".
E dire che di cose interessanti ce ne sono state. Sul MPS, per esempio, Matteo avrebbe potuto dire qualcosa: "dispiaciuto per gli investitori che hanno seguito il mio consiglio. Che ci volete fare, succede anche a me di sbagliare". Oppure, se proprio quella parola non gli esce: "bravo Gentiloni a risolvere la grana, altro che grigio!". Nemmeno una parola sul discorso di Mattarella (ma può darsi che non gli sia piaciuto) o un twittino per l'ultimo capodanno di Obama ("un saluto al mio amico Obama").
Niente, Matteo non risponde più. E, cosa ancora più strana, Matteo non twitta più. Così, dopo essere stato il PdC più social della Repubblica, diventa il segretario del partito di maggioranza più silenzioso della storia. Il suo nome, che i giornalisti delle tv ripetevano centinaia di volte al giorno, come se facesse parte delle regole d'ingaggio, adesso evitano di pronunciarlo, come se qualcuno glielo avesse vietato pena il licenziamento in tronco.
Ma è possibile che un presidente del Consiglio che aveva così tante cose che lo interessavano e che puntualmente rilanciava, dai visitatori alla Reggia di Caserta alle strategie promozionali della mozzarella, d'improvviso abbia perso interesse per tutto, come uno che sprofonda nella depressione? Si potrebbe, forse, capire se Matteo avesse mantenuto l'impegno preso e si fosse ritirato dalla vita politica, per quanto, come dice il suo amico Obama, anche da libero cittadino si può continuare il proprio impegno, ma Matteo continua a essere il segretario del primo partito italiano, nonché il maggiore azionista del governo (al quale dovrebbe anche essere legato per ragioni affettive, essendo uguale al precedente). E come tale, oltre al diritto di fare il bello e il cattivo tempo, avrebbe anche dei doveri, come per esempio quelli di dare voce agli elettori del suo partito e difendere i provvedimenti del governo che il suo partito esprime. Ma, con tutta evidenza, così non è.
Allora si fanno strada cattivi pensieri. Forse della Reggia di Caserta e della mozzarella non gli importava nulla neanche prima, ma gli servivano solo per riempire il calderone della propaganda. Forse anche i fatti positivi cessano di essere tali se non è lui a comandare. Forse non guida un partito per affermare le idee e i valori dei suoi iscritti, ma solo per tutelare le sue ambizioni. Forse, annusando che tira brutta aria per i politici, lui prova a sfilarsi, continuando a fare il politico per mantenere il potere, ma facendo finta di non essere più un politico, perché se prima il modo migliore di promuovere se stesso erano le chiacchiere, oggi è il silenzio.

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