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sabato 4 marzo 2017

La fine della solidarietà

Non so quale profilo lavorativo abbiano gli operai di Follonica che hanno rinchiuso in un gabbiotto le due donne rom. Se siano assunti a tempo pieno

o con un part-time di quattro ore, se il loro salario superi i mille euro o si attesti tra i 7-800 euro, che ormai sono le cifre più diffuse. Mi pare invece chiaro che la distanza sociale tra carnefici e vittime sia piccolissima.
Non siamo di fronte a un sopruso del potente contro il povero, compiuto in prima persona o tramite un suo sgherro, un campiere o uno scacciavillani. No, qui a farsi difensori ben oltre il dovuto della proprietà del potente sono gli stessi sfruttati, quelli che sono controllati in ogni loro movimento per verificare che rientrino negli standard di produttività, quelli che hanno i tempi scanditi anche per andare in bagno, quelli la cui vita è totalmente subordinata ai turni lavorativi, quelli che finito l'orario di lavoro devono anche pulire... Insomma, i carnefici sono coloro che stanno appena un gradino sopra rispetto alle due zingare e che nel gabbiotto in cui hanno rinchiuso le due donne per pochi minuti, probabilmente, entrando ed uscendo, finiscono col passarci buona parte delle loro giornate.
È questa labile distanza tra vittime e carnefici, di cui sono peraltro quotidianamente piene le cronache dei giornali e sulla quale molti politici fanno a gara nel lucrare, a ricordarci come ormai sia ritornata in auge la guerra più antica, quella tra i poveri.
Negli anni settanta Pasolini rilevava la profonda "mutazione antropologica" dei poveri delle campagne e delle periferie urbane che avevano adottato i valori dei ricchi. Ma aveva visto solo la prima parte del film. Oggi, che abbiamo visto anche la seconda parte, possiamo affermare che quel processo è arrivato a compimento: i poveri hanno adottato anche i sentimenti dei ricchi. All'omologazione dei valori ha fatto seguito l'omologazione dei sentimenti.
Al senso di appartenenza sociale, che nasceva dalla consapevolezza degli interessi comuni che li univano ai loro simili, è subentrata una condizione di isolamento sociale, nella quale ognuno non arriva a vedere il proprio interesse oltre il perimetro di casa propria. L'individualismo e l'indifferenza verso gli altri hanno prodotto una sorta di edonismo misantropo e sospettoso che ha soppiantato ogni forma di solidarietà, declassata ormai a debolezza di cui ci si deve quasi vergognare.
Si è affermata l'idea che viviamo in un mondo di guerra di tutti contro tutti, dove si può sopravvivere solo con l'astuzia, il cinismo o anche la violenza. La minaccia è ovunque. Nello straniero, nello zingaro, nel diverso, nel più povero... Intanto i nemici veri escono dall'orizzonte visivo. Si perdono di vista i responsabili delle guerre che provocano profughi, dello sfruttamento neocoloniale che produce emigrazione, della speculazione finanziaria che impoverisce le nostre società.
Il sopruso di un povero su un altro povero si riduce, in questo contesto, a un atto di forza illusorio, che rompendo la solidarietà renderà più deboli i poveri presi nel loro insieme, e quindi renderà più debole anche quello stesso povero che il sopruso compie. Perché la solidarietà è l'unico strumento che hanno i più poveri per difendersi, l'unica forza su cui possono contare i più deboli. Non a caso, nella seconda metà dell'Ottocento, gli operai cominciarono ad ottenere dei diritti quando poterono riunirsi e non a caso i padroni ostacolarono in tutti i modi la nascita dei sindacati.
Così, se fino a quando sono stati uniti i poveri sono stati un po’ meno poveri, ora che l’egoismo e l’individualismo li hanno divisi, sono più vulnerabili e, di conseguenza, ancora più poveri e più in balia dei potenti e dei demagoghi.

Link:

La guerra di tutti contro tutti

Come campare coi migranti

Salvinaggio

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