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venerdì 3 aprile 2020

Il coronavirus non ci insegnerà nulla


Ci sono due tipi di riflessioni che ci fanno compagnia in queste lunghe giornate di confinamento domestico. Il primo è quello di chi va ripetendo che quando tutto questo sarà passato il mondo non sarà più quello di prima. Un’idea, come minimo, campata in aria. Ma veramente, viene da domandarsi, si può pensare che una tragedia collettiva possa cambiare il mondo? Se così fosse, non si capisce perché non sia cambiato prima, visto che le occasioni non sono mancate. Se non è cambiato dopo due guerre mondiali, se non è cambiato dopo i genocidi del Novecento, se non è cambiato dopo l’Olocausto, perché mai dovrebbe cambiare dopo il coronavirus?
L’altro tipo di riflessioni ruota intorno al modo in cui il virus sta agendo su di noi. In particolare, si sostiene che grazie alla situazione di emergenza stiamo scoprendo l’importanza di valori e/o verità che fino ad oggi avevano sottostimato o misconosciuto. Segue una lunga lista, dai legami famigliari all’amicizia, da l’unione fa la forza a la solitudine a lungo andare deprime. Ma qualcuno riesce a immaginare che tipo di persona avesse bisogno di essere segregata a casa per capire queste cose?
La verità è un’altra. Questo virus non cambierà il mondo e non cambierà nemmeno noi. Questo virus non ci insegnerà nulla. Tutt’al più, ci ricorda soltanto alcune verità abbastanza terra terra. 
1) Gli interessi economici vengono prima della salute. Anzi, molto prima. Le decisioni più drastiche sono state procrastinate per non ledere gli affari.  
2) Difficilmente l’uomo si ferma prima di andare a sbattere. Anche se quanto accaduto in Cina ci mostrava quel che sarebbe accaduto in Italia, e quanto accaduto in Italia mostrava quel che sarebbe accaduto nel resto d’Europa, nessuno ha anticipato le decisioni che, come tutti avevamo capito, sarebbe stato inevitabile prendere.
3) I nostri governanti (opposizioni incluse, ovviamente) non sono persone più dotate della media. Per certo, non hanno maggiore lungimiranza dell’uomo comune. Presi come sono dal dover contemperare molteplici interessi, finiscono anzi per essere meno previdenti della media. Per timore del danno economico immediato, hanno finito per decuplicarlo. Molte persone comuni si domandavano perché non si chiudesse la provincia di Bergamo, mentre sindaci, governatori e governo alternavano assurdi hashtag e infelici slogan, accompagnati da grottesche professioni di ottimismo.
4) Anche la previdenza degli addetti ai lavori lascia molto a desiderare. Quello che è emerso in quest’ultimo mese è la totale mancanza di una visione strategica delle emergenze. Chissà cosa studiano quei funzionari del ministero della Sanità che stilano la lista delle priorità e delle necessità del paese. Chissà su quali manuali si sono formati i nostri generali. Aerei da cento milioni di euro a gogò e nemmeno una mascherina, ignorando forse che negli scenari del terzo millennio sono più probabili le armi batteriologiche che i raid aerei. Se fosse stato messo in circolazione un virus letale, anche in maniera accidentale, a quest’ora saremmo tutti morti da un pezzo perché per difenderci non servono F35, ma normalissime mascherine da due euro l’una.
5) Il virus ci dice qualcosa anche sull’Europa. Al di là dei sovranismi e degli antisovranismi, è chiaro che l’Unione Europea non esiste, se non come mera istituzione contabile. Ma questa non è una novità, manca una politica sanitaria europea come mancano una politica sociale o una politica del lavoro comuni. E, dopo Orban, potremmo anche dire una politica tout court. 
Insomma, tutte cose che sapevamo già e che questo virus viene solo a ricordarci con modalità del tutto imprevedibili. 
Ora si diverte a capovolgere gli stereotipi come una nemesi moderna: quelli del sud che cacciano quelli del nord; i cubani, sottoposti a embargo, che vengono ad aiutarci a casa nostra, per giunta, cosa inimmaginabile nemmeno nel peggior incubo leghista, seguiti a ruota dagli albanesi.
Ora, come in un racconto fantastico, ci apre una finestra verso un mondo diverso. Apparentemente a portata di mano, ma di fatto irraggiungibile.  Gli odori che si respirano nelle città e il colore del cielo dovrebbero trasmetterci in maniera tangibile la consapevolezza di quella che è la portata del nostro impatto sul pianeta, come se il virus avesse spalancato una finestra attraverso la quale possiamo intravedere quello che potrebbe essere il nostro mondo se governato da stili di vita diversi, e volesse in tal modo ammonirci sul disastro verso cui stiamo andando incontro con questo modello di sviluppo. Ma non è difficile prevedere che quando tutto sarà passato, la finestra chiusa e l’ammonimento caduto nel vuoto, i vari Trump, Johnson, Xi Jinping e Putin torneranno a dettare le regole e noi volenti o nolenti torneremo ad adattarci. I giorni del coronavirus resteranno solo come una breve sosta che si guarda nello specchietto retrovisore via via più distante man mano che si riprende la folle corsa.

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